Un mese e mezzo

Sono di nuovo sola davanti a una montagna di responsabilità.

Dovrei imparare a contare sull’età adulta altrui, e concedere l’infanzia solo a chi ne ha diritto anagrafico, come è giusto che sia. Non è facile estirpare diritti acquisiti quando sono diventati vizi.

Forse questo è il mio buon proposito per l’anno nuovo.

Paure 1993-2014

Lavinia, diciotto anni e un’aria così easy. Mica ce l’ho con lei.

A diciotto anni ho fatto il giro del Monviso insieme a Giuseppe che di anni ne aveva sedici. Io e lui da soli, partiti con il treno del Sole una mattina alle quattro verso Torino e poi Bobbio Pellice, con gli scarponi ai piedi e una zainata di venti chili ciascuno: tenda, sacchi a pelo (il mio nuovo, gemello del suo e comprato apposta per unirli e dormire abbracciati) e poi ricambi, fornelli e stoviglie, qualche utensile di emergenza, torce, risotti liofilizzati e scatolette. Una fatica della madonna, sudore a pozzanghere. Bagni nel ruscello, sesso da adolescenti sui prati dell’alpeggio, rifugi coi telefoni a gettone. La tenda piantata ovunque, i sentieri da capre nemmeno segnati, e il freddo becco della notte a tremila metri. La base al rifugio Jervis, le tisanine dolci e la meraviglia del Pra spalancato davanti ai nostri occhi. Una vacanza mitologica, da perfetti incoscienti. Senza telefonino, ha ha. Avevamo paura che le mucche ci mordessero, ma di altro no.

E poi l’interrail. Senza telefonino, anche quello, chissà dove in Europa in stazioncine sperdute e ostelli luridi.

Ora non so perché, ma le fobie ortoressiche mi danno sui nervi. E il glutine e i latticini, e il sale e l’olio, e l’estrattore di succo vivo, e la copertina di cotone organico, e le farine biologiche e i semi di sesamo, tutto omeopatico e naturale senza coloranti né conservanti né il minimo dubbio per carità. Io non li sopporto. Quelli che avvolgono la propria vita in una trapunta di paure scambiata per saggezza.

Ma perché non li sopporto? Che mi fanno?

Smentita e scuse

No, sono stata ingenerosa. È che certe volte è difficile, perché insolito, arrendersi al fatto che certe cose sono buone e basta, e che non è necessario sminuire, stemperare, trovare l’ombra o la pagliuzza. Certe persone. Perché poi parlo di cose e non di persone? Come a non volersi arrendere. 

La fine dell’estate si avvicina a passi veloci. Il libro dei compiti delle vacanze è quasi completato. L’astuccio nuovo e la cartella sono già preparati di fianco alla scrivania. Arrivano le prime telefonate di genitori ansiosi (che giorno? Che ora? E i libri sono arrivati?), e alla festa di Taddeo ci siamo già ritrovati per raccontarci delle vacanze, con i soliti dolcetti e tranci di pizza col pomodoro che sbuzza fuori fra la pasta e la mozzarella.

Gesa parte e Simone torna. L’aria è fresca e la mattina porta quell’odore inconfondibile. Gunnar è scomparso, la Danimarca è un paese lontano, anche se le mattine di settembre hanno lo stesso odore anche lì.

 E ora non si tratta di scardinare la routine di famiglia, ma di trovarne una nuova. Un po’ di botto, ma con la delicatezza che non manca a quest’omaccione peloso. È settembre il nuovo inizio – chissà cosa viene dopo.

Presente storico o passato narrativo?

Camminava sui bordi della realtà, facendo bene attenzione a non caderci dentro. Ne conosceva i segreti e i meandri per averla osservata a lungo, con l’acuto spirito di osservazione che nasce dalla curiosità morbosa: la curiosità dell’ammirazione e della gelosia degli esclusi. Dalle sue parole zampillava amore sapiente e tenero per quel mondo a lui interdetto: come se avessero fatto pace, lui di qua e gli altri di là, a ciascuno il suo, a ciascuno il proprio mondo, la propria pace e i propri tormenti. E il suo era un mondo confortevole e fragile, popolato di sogni e di ninnoli lasciati lì da sua mamma prima che la cura sbagliata la portasse via.

Era difficile non essere risucchiati, non venire trascinati di là, e non rimanere incantati dall’universo che lui apriva agli occhi dei suoi visitatori. Ma noi visitatori siamo infetti, drogati di realtà, e non riusciamo a separarcene che in brevi momenti di grazia.    

 

 

T-shirts and happiness

Piego le solite magliette un po’ rigide di bucato. Ascolto con strano vivo interesse tirate di mezz’ora sulla qualità dei campi di subbuteo. E com’è ovvio, mescolata ai rumori di fondo c’è la cosa più privata che sono disposta ad ammettere: I’ve never been faithful. Ancora? Ancora, anzi: proprio ora.

Perché questa è una delle prove, ma nulla cambia: preferisco di gran lunga rassegnarmi all’evanescenza dei sentimenti (anche ora. Ora! Ach!) che immaginare il desiderio reso coatto. Che senza libertà il desiderio non può esistere, e il sesso diventa solo la soddisfazione di una necessità fisiologica, un ripugnante scambio di liquidi corporei fra due persone invece che fra una persona e un oggetto di ceramica, e si capisce bene come possa essere qualificato come “disgustoso” da qualche povero male informato.

Certo, quando il progetto di una vita insieme regge ormai troppo peso per essere abbandonato al collasso, allora sì che è un dovere continuare a collaborare (e anche un piacere, se siamo un po’ adulti). Ma questo con il sesso non c’entra nulla, e di sesso per favore non si parli più, che non è necessario e anzi, come detto, fa un po’ schifo.

 

(Poi è ovvio che ognuno fa quel che vuole, per fortuna. Subbuteo docet.)

Io mi auguro di sapermi fermare al momento necessario. Ma ci penserò quando mi ci troverò davanti.

Nascondiglio pacifico

niue

Mi sono nascosta a Mutalau, Niue. Sto lì in pace nell’oasi selvatica a godermi la brezza, la musica, le nuvole che montano su nel cielo come la panna, gli aerei piccoli piccoli che ci girano intorno, la birra fresca come mai mi è piaciuta in vita mia ma ora sì, e ci mancano solo le noci di cocco (ma per quelle basta fare un salto alla coppina di San Giusto, cinque minuti a piedi. Non sarà per forza cocco, ma l’idea è quella). Una specie di pausa di riflessione puramente mentale.

Mi sono pure attribuita una relazione – questa verità così difficile da enunciare. Anche questo, fatto esotico, gewöhnungsbedürftig ma nel senso buono: le telefonate quotidiane, distanza dieci minuti in bicicletta (la passerella è l’ostacolo geografico più rilevante), le serate pacifiche senza programmi – ché tanto siamo lì a due passi. E le chiacchierate in italiano. In italiano. (E io che continuo a ragionare in altre lingue, fra me e me).

A proposito, PAUL (miracolo di cui non riesco ancora a capacitarmi, chissà quante volte lo ripeto) È davvero, pare incredibile, forse chissà mi pare definitivamente: SCOMPARSO. Se è scomparso lui, può scomparire chiunque.

Climi nuovi d’estate?

Sarà, ma è comunque estate piena, pigra, sonnolenta. Sarà tutto diverso rispetto a venti, trenta anni fa (venti o trenta? Che vent’anni fa eravamo bambini proprio, mentre dieci anni dopo era già tutto un altro mondo) ma la pigrizia d’agosto è sempre la stessa: basta un’ora di caldo in cui un velo di sudore ricopre tutto il corpo, un letto con le lenzuola fresche, un ventilatore acceso, e i pensieri partono verso il futuro, progetti e buoni propositi in testa, che l’anno inizia ora e non a gennaio. Troppi sono gli anni di scuola per non imprimerci nella testa questa forma del tempo: l’anno inizia a metà settembre e ora ne godiamo la fine, l’appassimento torrido, e guardiamo in prospettiva il nuovo inizio, fresco come ogni inizio, come sta scritto in ogni agenda scolastica.

Zitti tutti

Silenzio. Scorre il tempo cercando di passare inosservato. Io scivolo fra un giorno e l’altro schivando tutto ciò che potrebbe turbare l’equilibrio di questo stato di grazia: pensieri, persone, parole, decisioni. Qualcosa interverrà, è inevitabile, ed è infatti già deciso, e sarà presto, purtroppo.

Per ora è un po’ caldo, c’è l’odore della salsa che bolle nel pentolone e io ho tutte le braccia impiastricciate, le dita scottate, le unghie sporche e le gambe morsicate dalle zanzare. Cerco svogliatamente di recuperare l’integrità perduta del mio sistema immunitario fra alti e bassi che non mi sorprendono. Mi lascio planare.

Ciò che è veramente importante produce poche parole. Qui parole zero, zitti tutti: che i suoni da ascoltare non mancano.

Un due tre stella

Un crash improvviso, sbattuta in avanti. Un ultimo istante di percezione, frammenti che schizzano, il suono cristallino dell’esplosione di vetri e lamiere. Un’intuizione di dolore mortale al viso. Poi fine. Anche se me lo aspetto, basta un attimo di distrazione: perché l’incidente è inatteso. Sfiorato sempre, una sola volta coglie in pieno. Come André Gide, mi consolo.

Una nuova relazione, all’inizio, non formata né sostanziale, mi permette di osservare i miei interni sobbollimenti. Sarà lui un buono a nulla? O sarò io troppo poco? Vorrà tutto quello che non gli posso dare (famiglia, figli)? O è forse incapace di volontà adulta? Non mi cerca perché difetta di desiderio? O sono io che non gli dò modo di manifestarlo? Che noia. Relax.

Miss Hale si sposa dopo che sono morti sua madre, suo padre e il suo tutore, dopo che è stata sradicata dai luoghi natali, e dopo aver ereditato una fortuna. All’età di vent’anni. È quella la vera strada spianata per diventare una donna libera. Un libro meraviglioso: North and South, Elizabeth Gaskell.

Limbo

Irish music?

L’accento si sposta sul terzo quarto. Tre tunes alla volta, ognuna ripetuta due volte. C’è una donnadiavolo che suona il violino e mi ricorda troppo Tim Curry uscito da una vasca di zolfo. Mi fa sentire insignificante, ma anche io ho il mio piccolo corpo – anche se lo uso in altro modo. Per stare bene, magari, una volta per tutte?

Comme un enfant

havesomecake

Domani è il mio compleanno: compio quarant’anni, e per una volta ho deciso di festeggiare, grazie a chi mi ha pazientemente (o con imperioso affetto) convinto a farlo. E se stamattina ancora titubavo depressa sull’opportunità di tanta autocelebrazione, ora inizio a sorridere e a aspettare trepidante. Avrò dei regali e una torta con le candeline! Mi sento una bambina!

E per una sera ho messo tutti insieme: parenti, amici di una vita, bambini, amici nuovi, baci rubati, patatine, alcool, succhi di frutta, cibo e musica, candeline, e poi si vedrà.

Ma come si elabora un lutto?

28days

Lui è morto. Io pure. Lui è un altro. Io sono un’altra. Il problema è che non ci sono cadaveri, ma visi e corpi che sono sempre gli stessi, e la chimica tradisce la nostra volontà fragile e malaticcia, la mia soprattutto, incapace di proiettarmi in qualsivoglia angolo del futuro.

Progetti divergenti. Progetti inesistenti. Progetti comuni dall’entusiasmo anemico. Progetti possibili stracciati da un attimo di furia.

Mi ritrovo irritata, delusa e confusa. Mi ritrovo ferita, le mie ferite negate, il mio dolore anestetizzato dal sesso e dai soliti desideri impossibili ripetuti come la formula magica di un incantesimo. Ma alla fine tutto questo è soprattutto di una noia mortale, mortale appunto, come le ore passate a macerare in bar squallidi e fumosi, in compagnia di spezzoni di dialoghi vuoti, censurati a sangue nel nome dell’incolumità reciproca, perché la nostra fragilità non ci permette altro.

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In questi quattro anni non sei stata capace di elaborare il lutto.

(Mio cugi: ieri sera al telefono)

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LUTTO, stato psicologico conseguente alla perdita di un oggetto significativo, che ha fatto parte integrante dell’esistenza. La perdita può essere di un oggetto esterno, come la morte di una persona, la separazione geografica, l’abbandono di un luogo, o interno, come il chiudersi di una prospettiva, la perdita della propria immagine sociale, un fallimento personale e simili. Dal lutto, che comporta sempre un’identificazione con l’oggetto perduto, si esce attraverso un processo di elaborazione psichica o «lavoro del lutto» come dice S. Freud, che prevede uno stato di diniego in cui il soggetto rifiuta l’idea che la perdita abbia avuto luogo, uno stadio di accettazione in cui la perdita viene ammessa, e uno stadio di distacco dall’oggetto perduto con reinvestimento su altri oggetti della libido a esso legata. Il «lavoro del lutto» richiede un certo tempo per il ritiro degli investimenti libidici, e l’umanità ha sempre provveduto a occupare questo tempo con cerimonie e pratiche rituali. Un blocco nel «lavoro del lutto» porta alla melanconia, che insorge quando il soggetto sente l’oggetto perduto come una parte ineliminabile di sé da cui non si può separarsi se non separandosi da se stesso. In questo caso il dolore del lutto da normale diventa patologico.

(Galimberti, U., 1999. Psicologia. Torino: Garzanti)

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Sarà un caso che abbiamo passato ore a letto a guardare film di zombies?

Gocce

La metafora della goccia che fa traboccare il vaso sottintende conoscenza di fisica (tensione superficiale, che ne so, ma mi piacerebbe che qualcuno si desse la pena di spiegarmi. Per benino però, che sono in grado di capire) che mi sono da decenni totalmente esteanee.

Eppure è una metafora che si capisce benissimo. E si capisce benissimo quando l’evento si verifica, e tutta l’emozione ruscella giù silenziosamente, i grumi si liquefanno, e tutto quanto sparisce giù nelle fessure dell’asfalto e dopo poco non si capisce neppure di cosa si stava parlando, a parte un lieve senso di imbarazzo, o di vergogna.

Lungi da me l’intenzione di enunciare pronostici. Chi vivrà vedrà, e io per ora vedo questo.

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Mi chiedo cosa sia la libertà

Per esempio andare dove voglio con F&M. Se voglio.

Per esempio permettere (*) a loro di andare dove vogliono, quando saranno grandi. Se vorranno.

Per esempio permettermi (**) di fare scelte sbagliate, e non sentirmi in dovere di indovinare la strada giusta: che non esiste magari, la strada giusta.

Per esempio sentirmi una persona tutta intera anche da sola. E qui Paul no, non aiuta.

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(*) Permettere = dare il permesso, mettere in grado, in condizione di fare qualcosa.

(**) Permettersi = concedere a sé stesso.

Qui Berlino

(Come un vecchio volume grigio tortora del touring club).

Una delle cose che cambiano di  più è il ritmo dei miei passi per la strada, e il loro peso. Posso, in qualche modo, camminare più veloce e per più tempo, e sentirmi sempre leggera. Succedeva la stessa cosa due anni fa ormai, a Parigi (ecco, mio cugi ha una mappa di Parigi sullo screensaver del cellulare. E dà segni di nostalgia che mi riempiono di gioia. Chissà).

Non so per quale magia, nelle mie città posso camminare per ore, anche con i jeans stretti che di solito mi stancherebbero dopo mezz’ora, o con le scarpe da dodici euro dalla suola dura e piatta. Potrei camminare scalza.

Cammino, anche con la zavorra dei miei, che qui (anche questo, un mistero) zavorra non è.

Pantofole

Parto domani. In tutti e tre i posti in cui vado possiedo un paio di pantofole.

Il mio regalo di fidanzamento non è stato un anello, ma un paio di pantofole rosse. Dopo più di sei anni sono ancora nuove.