Tutti furbi, tutti fottuti: contro il sistema dei monopoli.

Una cosa da leggere, fonte: questa. La stessa di “aboliamo il classico”.

brevetti funzionano come le tariffe commerciali, le barriere doganali e in generale gli impedimenti al libero commercio. Essi favoriscono chi, in un certo paese, ha l’esclusività della produzione e della distribuzione di certi beni ma, in generale, aumentano i prezzi, riducono l’efficienza, la concorrenza, l’innovazione che crea nuovi beni e nuovi processi produttivi. Complessivamente, pur favorendo temporaneamente il fortunato che riesce ad ottenerlo, quando si generalizza il brevetto finisce per danneggiare i consumatori, gli imprenditori ed i lavoratori stessi. Classico effetto di “equilibrio economico generale” o, se volete, dilemma del prigioniero in equilibri di Nash non cooperativi: io provo a fregare tu, provi a fregare me e, alla fine, ci freghiamo entrambi alla grande.

[…] Nel caso italiano, andiamo ben al di là dei brevetti. Il problema dell’Italia è sistemico e dura da svariati decenni. Ripensandoci, però, mi rendo conto che, in senso metaforico, abbiamo un problema di “brevetti”: sì, lasciatemi questa metafora. L’Italia è il paese dei monopoli generalizzati, dei divieti generalizzati, dei privilegi generalizzati, dell’esclusione della concorrenza, del rifiuto universalizzato di ogni forma di meritocrazia spontanea o fattuale, ossia non “misurata” a mezzo di procedure burocratiche.

In Italia è diffusa l’idea secondo cui il “concorso” (tipicamente pubblico, ma non sempre) sia una maniera ragionevole (anzi la maniera “giusta”, secondo alcuni) di implementare la meritocrazia. Per fare qualcosa devi passare un concorso: non solo per lavorare nel settore statale, per esservi promosso o per essere adibito a questa o quell’altra funzione. Ma anche per accedere alle professioni devi passare dei concorsi, per avere una licenza di praticamente ogni tipo, per aprire un’attività commerciale, eccetera. La lista è lunghissima. Il concorso (pubblico o meno) è l’unica forma di meritocrazia che in Italia venga accettata. L’uso generalizzato del concorso per l’allocazione della risorsa “lavoro” porta, inevitabilmente, alla costruzione di una rete impenetrabile di monopoli, personali o di piccoli gruppi. Che così sia è trasparente in affermazioni come questa, uscita dalle dita di una persona che, evidentemente, fa lavoro di cancelleria in tribunale e ritiene inaccettabile che alcuni degli ex dipendenti delle provincie possano essere spostati nei tribunali a fare il suo stesso lavoro: “I metalmeccanici non fanno i chirurghi, i ferrovieri non fanno gli insegnanti, gli impiegati generici non possono fare i cancellieri.”

In Italia non conta quello che sai fare di fatto ma quello che la confraternita a cui un “concorso” ti assegna decide che sai fare. Ed il concorso in questione, ovviamente, è gestito dalla confraternita medesima: le gilde medievali, né più né meno. Ovunque.

In questa malattia che e’ tutta “culturale” sta, io credo, uno dei grandi mali del paese. Perché questa visione del mondo (che per poter fare il lavoro X occorre aver vinto il relativo “concorso” ed esserne “autorizzati” dalle “autorità competenti”) impedisce di capire che la meritocrazia si misura invece solo nei fatti, sul campo di battaglia. Il merito non e’ un attributo eterno ma un risultato, che può mutare nel tempo. Esso si verifica solo ex-post e si misura in base a ciò che sai fare, a ciò che ottieni, produci, fai. Non con i titoli che fanno punti, non perché “ho fatto il classico” o perché “ho la laurea in”, ma perché “ho fatto questa cosa utile”.

La meritocrazia, in particolare, implica non solo che qualcuno “vinca” ma anche che alcuni “perdano” nei fatti e debbano ricominciare, provando a fare meglio ciò che prima han fatto meno bene di altri, oppure provando a fare qualcosa di diverso. La meritocrazia coincide con la creazione distruttiva: solo competendo sul campo, provandoci e “perdendo”, si impara a fare le cose bene e di può verificare chi sa e chi non sa, chi e’ capace e chi e’ solo un chiacchierone, o un privilegiato. Perché i concorsi non solo si possono manipolare (e li manipolano i pochi individui che compongono la “commissione”) ma, soprattutto, non sanno prevedere i risultati effettivi del fare concreto di un individuo. Il mercato, dove agiscono e giudicano con i fatti milioni di individui indipendenti, e’ un giudice manipolabile, certo, ma molto, molto più difficilmente e raramente di una commissione pubblica!

In conclusione, così come in società molto più libere di quella italiana i brevetti tendono ad atrofizzare interi settori industriali e a rendere il loro sviluppo più lento, l’Italia è un paese complessivamente atrofizzato perché ha eretto il “brevetto” (ossia, l’autorizzazione burocratica, ottenuta via questo o quel tipo di “concorso”) a pre-condizione per aver diritto di fare quasi ogni cosa. Questa generalizzazione del brevetto definisce una rete intricatissima di privilegi (certificati ogni volta da una particolare confraternita) che permettono ad alcuni di fare qualcosa in esclusiva e di impedire ad altri di provare a fare la stessa cosa.

Questi privilegi medievali vengono chiamati “diritti acquisiti” nella cultura italiana dominante e, giusto per essere sicuri di non deragliare dai binari del declino, essi sono considerati intoccabili. Meglio, ognuno considera intoccabile il proprio … esattamente come nel dilemma del prigioniero. Tutti monopolisti, tutti furbi, tutti fottuti.

(Da NFA, autore Michele Boldrin).

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