Geografia, e storia

Le chiamate a casa erano interurbane e costavano un occhio. Le facevano dal solito telefono grigio tortora, unico arredo dell’ingresso, poggiato su un mobiletto e su un centrino di trina. Gli elenchi erano tutti sfogliati e appoggiati sulla mensola sotto. E dovevamo parlare veloci, che con quel che costava era permesso solo dire telegraficamente lo stretto indispensabile.

Il primo passo al di là del confine francese (letteralmente un passo, forse due) è stato segnato da un metaforico squillar di trombe e qualche foto ricordo. Ai miei sembrava di avermi portato chissà dove, così piccola: avevo otto anni. Eravamo forse sulle Alpi, forse a Prali in Val Germanasca con mio cugino quello vero, allora mio fidanzato in pectore e designato compagno di cappella mortuaria. (Non lo sapevo ancora, ma ero a due passi dal mio futuro paradiso, dove però sarei arrivata solo dieci anni dopo. Dieci anni: uno sputo. Nel frattempo ne sono passati altri venti, ma molto più inosservati). Però forse non ero a Prali, ma arrampicata con la R4 blu dei miei su per qualche altro varco alpino. Insomma: il confine francese dietro di me mi faceva sentire chissà dove. La segnaletica stradale era diversa, e anche le targhe delle macchine, i cuscini dei letti, i quaderni nelle cartolerie. (Per non parlare dei franchi. Mi stavo dimenticando i franchi!) Le macchine avevano i fari gialli: antinebbia, mi spiegò il mio babbo, che allora faceva l’esperto del mondo. Varcato un confine, tutto sembrava completamente diverso.

Ancora, mi viene in mente che dieci anni dopo raggiunsi il paradiso. Il Pra. In due a girare attorno al Monviso con una zainata di venti chili, provviste, tenda e tutto in spalla, arrampicandoci sui tremila senza uno straccio di cellulare. Due diciottenni soli senza cellulare in mezzo alle montagne. Possibile? Era il 1993. Il confine tra Francia e Italia mi fu un po’ più indifferente. Ci sentivamo capre selvatiche.

I cambiamenti sono stati graduali, o così mi è sembrato. Ho scoperto internet nel 1995, coi modem che gracchiavano. Ho scoperto di poter vivere a Parigi nel 1996. La prima volta in Germania era il 1997 e mi è sembrato di sbarcare su Marte. Ci andai in treno, continuai in treno per diverso tempo, e il viaggio a Colonia costava 600 mila lire o giù di lì (one way? non ricordo). Il Wochenend Ticket era un’istituzione meravigliosa: pochi marchi e un viaggio a dorso di cammello attraverso la Germania, da Rosenheim a Colonia, dodici ore e dormire nelle stazioni.

Ho avuto un laptop nel 1998. Ho avuto un cellulare nel 2001. Quando ho scoperto il wireless non me lo ricordo. A Ryanair darei il premio nobel per la pace (seriously).

E ora, improvvisamente, è un altro mondo, inimmaginabile, incomparabile. F ha due passaporti. Ha preso il primo aereo che aveva un mese. Io dialogo quotidianamente di fatterelli triviali con persone che si spostano da un giorno all’altro attraverso l’Europa con spazzolino, pigiama e qualche tshirt nel trolley. Prendo più aerei che bus e faccio più conversazioni internazionali che urbane, una quantità di mezzi di comunicazione racchiusi in un cellulare da quattro soldi.

È decisamente meglio ora che allora, ma provo un filo di nostalgia per i gettoni del telefono, e non so come spiegare a F e M i confini del mondo di quando ero piccola. Ma forse è come mia nonna che mi raccontava di quando era obbligata a fischiettare grattugiando il parmigiano. Buffo, marginale, e passiamo oltre.

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Un pensiero su “Geografia, e storia

  1. capriccietto

    …ci succede a tutti, a tutti noi. Sarebbe interessante fare una ricerca su quanti post parlano di gettoni del telefono. Io ogni volta che li sento nominare (i gettoni) ho un moto di simpatia. E così per il primo PC (il mio risale al 1990) e la prima connessione, eccetera. Può essere significativo che siano aneddoti che riguardano spesso la comunicazione (credo un secondo posto lo meriterebbero “i giochi”). Pensare ai nostri nonni è capitato pure a me. Già mi ci sento come mia nonna per tante cose che ricordo. Mi rallegro chiedendomi quale cosa diversa farà sentire antichi i nostri figlioletti e nipoti. Eppoi – ma questa è più complicata da capire/spiegare – mi ricordo di Baudelaire (i suoi scritti sull’arte e sul pittore della vita moderna). Ma deve esserci qualcosa che persiste, e le differenze è bello riconoscerle e poi si ripetono talmente spesso che siamo vicine a riderne. ah! la moda!

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