Come i bambini al nido

Oggi ho portato T al nido. Il suo nido (era il nostro) è un posto bellissimo. Un edificio vecchio e rassicurante. Sempre le solite tate, vecchie e rassicuranti anche loro. Lì dentro, ci dissero, lo scopo è riempire l’attesa nel miglior modo possibile. Perché i bambini vogliono la mamma, e la aspettano, e allora si deve fare in modo che il tempo passi inosservato fra il momento il cui lei scompare e quello in cui riappare. Così, affinché il senso di attesa si dissolva e l’incertezza non porti i pensieri a migrare verso il luogo sicuro e desiderato ma lontano, la giornata viene suddivisa in piccoli segmenti prevedibili e pieni. Viene silenziosamente inserita l’attesa di qualcos’altro: altri piccoli desideri che si realizzano e camuffano e rimpiazzano temporaneamente il desiderio più grande, e permettono di guardare altrove e pian piano di crescere.

Anche le mie giornate sono attese, ma non so di cosa. La mia attesa è permanente e vana. Perciò è difficile scandire il tempo, mantenerlo pieno, e impedire la migrazione dei pensieri verso il desiderio. Cerco di darmi piccoli desideri da realizzare, ma il risucchio dell’assenza mi tiene ferma qui, e mi dà rabbia.

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