Oltre? Io e il dolore

Mi sento più libera. Mi sento anche un po’ triste e più sola, ma è una solitudine integra, non più la solitudine della scarpa spaiata. Mi sento scaricata dalla tensione, e kind of happy.

Mi torna in mente il bambino con la teiera bollente. Un’aberrazione per chiunque ascolti il mio racconto: tutti indignati e inorriditi a difendere il pavido ed egoista paternalismo che prescrive i bambini (e il bambino che è in noi) nell’ovatta. Sia mai che la vita li contamini, togliendo loro l’innocenza e costringendo noi a sopportare il loro pianto, e a fare il mestiere di aiutarli a crescere.

Eppure è così semplice: il mio vaccino contro il male è provarlo. Lo provo. Da sola, scopro quanto fa veramente male. Spesso il dolore è overrated. Non sempre, certo. A volte mi ritrovo nella sofferenza. A volte soffro talmente da lasciar andare le lacrime. Succede che io mi maledica, maledica il mondo, singhiozzi, o mi senta impazzire, sepolta viva, finita, condannata senza appello. Ma sono momenti, per quanto lunghi. Sono momenti – ci passo attraverso. Percepisco le sfumature e le pulsazioni del dolore. Scopro risorse di resistenza. Scopro alleati. Smaschero indifferenti e nemici. Affronto ricadute, incontro da vicino la frustrazione, la rabbia, la disperazione. Sopravvivo, in genere. Includo cicatrici e rimpianti nella mia identità. Sono orgogliosa della mia identità duttile: prova che sono viva. Ho un po’ più chiaro quel che voglio e quello che non voglio. Rompo incantesimi, esorcizzo fascinazioni. Conosco qualcosa di nuovo: delle parti di me, delle parti del mondo. Il blocco nero del terrore lascia posto a una consapevolezza sfaccettata – una ricchezza. Arriva, prima o poi, il momento in cui provo l’euforia di essere passata oltre.

Mi viene anche in mente che se non avessi accumulato quattro anni di distacco doloroso non vedrei le cose con sguardo così sereno, ora.

L’ovatta è una fregatura.

Dovevo farlo.

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