Modi di leggere

CaffèSienaPenso a Giorgio che era sempre troppo indaffarato. Il solo momento di vera lettura era la mattina, dalle 8:30 alle 9:00 davanti al caffè. Lui grugniva e io prendevo appunti, ma in quel momento (la giornata non era ancora iniziata, il suo umore in un limbo pericolosissimo) leggeva minuziosamente.

Nel momento in cui entravamo in ufficio invece diventava un giornalista vero. Nella sua lettura contavano solo le “parti salienti” (come disse una volta il nonno di Cristiano!): i titoli, l’oggetto delle mail, le prime tre righe, l’eventuale grassetto. Gli bastava uno sguardo, spesso senza interrompere la conversazione in corso, e mi restituiva i fogli che gli passavo. Da quegli sguardi di pochi secondi, e dall’idea che aveva dell’autore, era sempre convinto di potersi fare un’impressione sufficientemente esatta dei contenuti, e comunque non aveva certo il tempo di approfondire.

Giorgio aveva un’intelligenza temibilmente acuta e di solito ci azzeccava. A volte però prendeva dei granchi enormi, ma non importava: non era mai colpa sua, ma dell’autore che aveva comunicato male.

Giorgio mi ha insegnato la sintesi. Se si scrive un articolo per un giornale conta, al più, un unico concetto espresso in testa all’articolo. Il resto è riempitivo: può fornire dettagli a chi proprio l’argomento interessa, può contenere una conversazione tra il giornalista e un interlocutore particolare, ma dopo le prime cinque-sette righe non c’è altro ruolo per le parole. Un secondo concetto non ha spazio, il senso è univoco, il dubbio non è contemplato, l’ironia è lingua straniera. Unica eccezione, forse, gli editoriali: privilegio del direttore. Ma anche in quelli troppa sottigliezza di ragionamento è un lusso inopportuno.

Stesse identiche raccomandazioni al master in comunicazione, ancor più sottolineate nelle lezioni sulla comunicazione online: la brevità è d’obbligo, perché l’attenzione del lettore regge per cinque-dieci righe, meglio se con elenchi, grassetti, paragrafi brevi o highlighting frequenti. Giusto: rendiamo i nostri testi democratici (di questo al master si discuteva: di democratizzare la comunicazione pubblica, sacrosanto). Produciamo testi accessibili a tutti, anche a chi non ha risorse disponibili per districare la complessità.

Detto questo, per me la complessità di un testo labirintico è un piacere lussuoso. Mi diverte trovarla, e finché scrivo per me, me la tengo (anche se poi sì, sono favorevole alla “democratizzazione”, in generale).

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