Faccio dunque sono

nothingId est: sono ciò che faccio.
Da cui discende: non faccio dunque non sono.
E ancora meglio: non faccio niente, dunque non sono niente.

Disoccupazione: il danno (materiale) e la beffa (mentale).

Questo me lo ha estorto la dott, oggi. Brava dott.

La sua domanda poi è stata: ma non si può essere indipendentemente da ciò che si fa? Sì, come no, rispondo senza alcuna esitazione. Ma questo è un dialogo di filosofia.

In realtà dentro la mia testa funziona così, ed è la comprensibile, dopo decenni di martellante retorica lavorocentrica: e l’Articolo 1, e chi non lavora non mangia, e chi non lavora non fa l’amore, e “mio padre e mia madre hanno sempre lavorato”, e gli “onesti lavoratori” e tutto il resto. E ora pure “rimboccatevi le maniche“, magari detto da qualcuno seduto comodo in una poltrona di ufficio, con ferie pagate, malattia, tredicesima, quattordicesima e pingue pensione in vista.

Io ora ci ho la testa fatta così e non so bene come cambiarla. Sarà per questo che vedo la dott bisettimanalmente?

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Un pensiero su “Faccio dunque sono

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