Si le grain ne meurt

triticumÈ gennaio. Per secoli l’inverno è stato attesa del germogliare dei semi. Stavo per scrivere attesa paziente, ma perché dare per scontata la pazienza umana? Attesa ansiosa, attesa trepida, attesa da ingannare e rendere propizia per non pensare al troppo comune esito: il cattivo raccolto, la carestia e la morte (dei vecchi, e vabbè, ma anche dei bambini, tantissimo, e infatti i bambini si coccolano d’inverno, che potrebbe essere il loro ultimo).

Il buio e la rinascita, attribuiti al sole, possono benissimo riferirsi ai semi che seminati a fine ottobre si scoprono germinati proprio tra la metà e la fine di dicembre. Seppelliti, morti e rinati – e così drammaticamente indispensabili per la vita.

Penso a questo per dare un senso a questa depressione ansiosa che mi sta logorando. Magari non c’entra niente, ma magari chissà: forse oltre al deficit di vitamina D c’è anche un’eredità umorale di millenni di inverni di impotente attesa.

E poi sono venuti Sir William Crookes, Justus Liebig, Fritz Haber e Carl Bosch, Norman Borlaug e migliaia di agronomi più o meno ignoti (e loro sì, pazienti), e in uno sbatter di ciglia nella storia umana ci siamo dimenticati dell’ultimo inverno di milioni di bambini. Ci teniamo babbo natale e facciamo la guerra alla tecnologia che ha risparmiato a noi quella tragedia.

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