Riflessioni dubbiose e un po’ compiaciute

67Pare che a 67 anni sarò a posto. Devo solo trovare il modo di sopravvivere per altri ventotto anni (un dettaglio) ma devo dire che mi sento sollevata. 

Mi sento sollevata, sul serio, perché l’ennesimo contratto mischia il nome mio e quello di T fra intestatari e beneficiari. Che significa: la nostra società è solidissima. (*) 

Mi sento sollevata e pure libera. Ma è fortuna o sventura? Libertà o decadimento dell’ennesimo incentivo a uscire dal pantano mentale in cui mi trovo?

Per ora mi dico: mica esiste una strada obbligata per sentirsi liberi. Oggi mi sento libera di mandare tutto alla malora, di fallire rovinosamente, di toccare il fondo e stare lì a sentire il fango viscido sotto le piante dei piedi. Libera perché tanto sopravvivo. E mi sento anche libera di sentirmi dipendente da chi mi assicura vitto, alloggio, vizi e vecchiaia. Senza obblighi ma (forse) con il piacere della riconoscenza. Si può? Troppo comodo? O devo forse sentirmi obbligata al tipo di libertà dell’ortodossia del dopoguerra – quella prodotta dall’indipendenza economica costi quel che costi? (Anche quando il prezzo da pagare è l’umiliazione di andare a supplicare per un posto malpagato? O il sacrificio di una cinquantina di ore settimanali, di cui venti o trenta tolte alle mie figlie e il resto a me stessa? O la montagna di sbattimenti che normalmente rallegrano quella cinquantina di ore?)

A rigor di logica, l’indipendenza economica non è per tutti un buon proxy della libertà. Camminare sulle proprie gambe è un obiettivo caro a molti, ma mica a tutti. Anche la realizzazione delle proprie potenzialità professionali: è forse l’unica forma dignitosa di realizzazione personale? E poi è proprio obbligatoria, la realizzazione personale? Di questi tempi, poi, mah.

Vedo tante volpi che, per non essere additate da Esopo, fanno salti mortali per accaparrarsi un grappoletto verde immangiabile. La mia uva è acerba di sicuro.

____

(*) Oltretutto, nei fogli da firmare qualche tedesco burlone mi ha indicata come Schriftstellerin. Cosa potrei volere di più?

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5 pensieri su “Riflessioni dubbiose e un po’ compiaciute

  1. lapoetessarossa

    In un mondo perfetto sarei laureata e lavorerei in una libreria.
    Sarei la donna più felice del mondo. Non sarei ricca ma sarei appagata.
    Non starei tutto il giorno a organizzare cose e persone per cui l’unica competenza necessaria è saper trattare con gli altri con il sorriso.
    I programmi si imparano e una volta capito il funzionamento è come stare sulla catena di montaggio a fare il tetris. Per altro pare sia molto brava, direi che vinco quasi sempre. Nel bene e nel male the show must go on.
    Ho uno stipendio tutto sommato dignitoso e lavoro a 10 minuti da casa.
    Tutta la mia profonda frustrazione sta nel non avere quel fottutissimo pezzo di carta e nel lavorare in un luogo che periodicamente ne sforna un certo numero.
    Questa è la prova che la legge del contrappasso esiste, ma che non serve morire per scontarla. Da vivi si scontano le migliori condanne, che per altro, sono senza appello.
    Se ogni mattina pensassi che sto scontando questa pena non sarei mai arrivata ad oggi.

    Il peso di questo fallimento riesce a non schiacciarmi perchè con obbiettività mi riconosco delle qualità valide anche se prive di certificato con esami superati.
    E siccome ho scritto della differenza tra vivere e sopravvivere in uno dei miei antichi diari arrivando alla conclusione che la sopravvivenza non faceva per me, con fatica e non sempre con risultati immediati punto alla vita.

    In sostanza e in parole poverissime, se ti guardi allo specchio non devi farti schifo o non riconoscerti più.
    Vivere è la migliore delle ricette imperfette che ho provato fino ad ora.

    Da brave massaie di una volta passiamoci un po’ di ricette. Io per esempio non ho mai provato a fare le marmellate ma ho un master in risotti, no certificato scritto, ma mia figlia di due anni che si scofana un piatto da adulti di riso allo zafferano è meglio di qualsiasi diploma!

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  2. rckhsl Autore articolo

    (Sono stupita delle parole che vengono fuori in questo angoletto: bene, andiamo avanti).

    Uno dei dilemmi è distinguere quello che vogliamo noi da quello che vogliono gli altri da noi. E’ un’impresa che quanto a complicazione equivale a dipanare ad occhi chiusi un groviglio composto da un numero sconosciuto di fili.
    Se riusciamo in quest’impresa ci troviamo davanti una matassina di obiettivi tutti nostri. Ad alcuni si deve rinunciare, con spirito di realtà. Ma altri sono possibili.
    Facile eh.

    Io le faccio le marmellate. I risotti meno. Ho tre chili di pomodori verdi raccolti domenica nell’orto dei miei – condannati altrimenti all’ammarcimento – che daranno diversi barattolini di roba meravigliosa. Pomodori verdi in piccoli pezzi puliti dai semi, e zucchero 1:1. Un baccello di vaniglia. Cottura lunghissima e lentissima.

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  3. lapoetessarossa

    Nella letterina a Babbo Natale scriverò che voglio uno di quei barattolini. Nel suo giretto notturno del 24 passerà da te, lo ritirerà e io me lo ritroverò sotto l’alberello, in un bel pacchettino con nastrino e bigliettino. Per te risottino fumante alle capesante. Il segreto sta nel fumetto, il brodino della streghetta fatto con le testine di pesce e qualche scarto di gamberoni.

    Forse è solo una finezza lessicale.
    Realizzare se stessi? Impariamo a essere noi stessi nel mondo. Realizzare ha più appeal, me ne rendo conto, ha quel quid di attivo. E’ una parola che esprime fermento. Essere è un bel monumento. Piedi per terra ben saldi. In inglese poi. To be. Un due un due. Piedi ben saldi che marciano. Essere. Io sono. Ci sono. A tuttotondo.

    …a volte essere speciali, magari un po’ diversi dalla media, diciamo così, essere per qualche ragione più distinguibili, per qualità o sensibilità, ha un bel peso.

    Ma esseri pesanti sono capaci di leggerezze incredibili.

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    1. lapoetessarossa

      Scusa.
      Mi rileggevo.
      La prima parte è terrificante. Il trionfo del diminutivo vezzeggiante. Correggimi per favore giro con giretto, albero con alberello, nastro con nastrino, strega con streghetta, teste con testine. Gamberone lascia. Risolleva il morale quell’one messo lì, sul finale.
      :-)

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