Mio cugi non ci può far niente

Mio cugi mi racconta della sua amica matta che ho incontrato quest’estate.

La sua amica matta ha lasciato la casa in cui viveva perché teme i miasmi che l’hanno contaminata, e ora rifiuta di mettere le scarpe perché sicuramente avvelenate anche quelle. Continua a scrivere denunce alla polizia, alla Merkel, alla commissione europea e a chissà chi altro, roba sui servizi segreti israeliani che la perseguitano (ma questo è il lato più simpatico e innocuo della sua follia).

Mio cugi però è indaffarato a cercarsi una buona compagnia telefonica, a discutere con gli operai per montare i mobili e a stringere e rinforzare amicizie fresche nella città nuova. Per la sua amica matta non può fare nulla: non conosce certo i servizi psichiatrici, non saprebbe a chi rivolgersi. E comunque lei non è pericolosa se non per sé stessa, e dunque per legge nessuno la può forzare ad alcuna forma di terapia: risultato delle battaglie dell’antipsichiatria.

A me dispiace, e dopo aver riattaccato sto un po’ lì a dispiacermi. Mio cugi mi richiama e si scusa dei pipponi che mi infligge al telefono.

Io non so cosa pensare.

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