Ho voglia di stare qui

Ne ho bisogno.

Dopo tutta una giornata da adulta quasi normale, ho voglia di starmene qui da sola a scrivere quello che mi va. Quando ero piccola lo facevo sui miei quaderni cartonati a fiorellini, seduta a una scrivania di finto massello che era così brutta, e su una sedia di velluto verde ancora più brutta. Scrivevo per ore. Scrivevo con la penna e sulla carta. (Come facevo a cancellare? Ad aggiungere, a cambiare una parola, a spostare un paragrafo due righe più sotto? Non so. Scrivevo tutto di getto, rileggevo e mi piaceva. Ridevo pure, tra me e me).

Ora, dopo venti anni quasi precisi, sono di nuovo lì a scrivere cose che solo io leggo.

Lo so che dovrei fare altro. La consegna è arrivata e io sto qui ancora a girarci intorno. Non me lo dicono solo dal di fuori: me lo dico io per prima, che poi mi sveglio alle tre di notte, insonne e pure incapace di alzarmi e sedermi al computer per dare qualche minima utilità all’insonnia.

Sono enormemente più inconcludente che ai miei diciotto anni. E allora? Lì il mondo mi aveva agganciato coi suoi fili e mi tirava in avanti velocissima. Ora fili non ne ho più e davanti non c’è niente. Ma non è che sto male: è solo che non c’è niente.

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8 pensieri su “Ho voglia di stare qui

  1. lapoetessarossa

    Io adesso mi spengo. Tasto off. Non voglio nemmeno la lucina dello stand-by. Oggi non ho mai avuto tempo per me. Ho finito di fare il passato di verdura e mi sento come quelle fibre che si depositano in fondo, strizzate e pressate. Ora mi chiudo anche io in un vasetto. Faccio il sottovuoto. Ermetico. E per niente poetico. Anzi divento un liofilizzato. O un liofilizzato poetico. Rosso sbiadito. Scioglimi solo con del rum. Almeno 15 anni. Almeno.
    Oppure non mi spengo.
    E ci sbronziamo.
    Di tequila.

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    1. rckhsl Autore articolo

      Ci aspettiamo reciprocamente? Anche in queste mattine prosaiche in cui tutto deve scorrere al ritmo dell’orologio?
      Immagino te, come me, agganciata a terra dalla lista inflessibile del dovere. Ieri ho parlato tutta la sera con una donna: condannata alla sua lista del dovere, disperata per solitudine. Mi ha riempito di rabbia. Ho pensato alle tue righe e a questo spazio, la nostra giungla con le orchidee che pendono dai rami. Mi chiedo – quante cose potremmo dirci?

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  2. lapoetessarossa

    Le donne, quando si incontrano, sono. Gli uomini, quando si incontrano, fanno.
    In questo io gli invidio il senso pratico, di cui non raramente sono priva.
    La carta virtuale mi permette libertà di essere e di fare. Di essere scrivendo. Di essere un po’ quella che ero ma che non posso essere più. Ma non perché non voglia. Proprio perché non mi sento più a mio agio in quel giaccone di pelle, che continuo a tenere nell’armadio, a inebriarmi del suo nostalgico profumo, a indossarlo davanti allo specchio, per concludere che no, no davvero, non mi sta più bene come una volta. Si vede che non è più un mio abito.
    La carta virtuale mi attrae. C’è stato un passato in cui vivevo in essa come un pesce con le branchie che non poteva stare sulla terraferma. In realtà, alla luce di tutto, ero sprofondata in un’apnea che per mancanza di ossigeno mi stordiva e mi confondeva.
    Insoddisfatta della mia vita cercavo una via diversa per fuggire. Stando seduta. Che non funziona. Proprio no.

    Ho sempre scritto tanto. Con la stilografica. Si quaderni colorati con un frutto dal nome inglese in copertina. A quadretti. Pagine e pagine. Dai 19 anni ai 23 più o meno. Pagine senza data. Decine di parole scritte di getto. Per sfogo. Per critica. Per amore. Per rabbia. Perchè non comunicavo con qualcuno e invece affidavo alla carta i miei pensieri? Alcuni molto interessanti invero. Pensieri sul tempo. Sul nulla. Dovrei chiederlo alla mia amica che fa la psichiatra. Ma siccome ho sempre la sensazione che mi analizzi quando ci vediamo, e che tragga di me pessime conclusioni, allora taccio. Poi adesso è mamma anche lei. Che quando mi dice che la bambina è normopeso un po’ vacillo. Normopeso di tua figlia non lo dici. Lo dici di un paziente. Non trovi? Scusa la divagazione. Ho le mie nevrosi che lei avrà ben classificato.

    Abbiamo qualcosa che ci accomuna e ci permette di comunicare nella stessa identica lingua.
    Un privilegio raro perché permette il dialogo. Lo scambio. Il sapersi ascoltare con il desiderio di capire e condividere.
    Possiamo migliorarci. Vivere bene. Cercare di farlo perché sappiamo di esserci.
    Non rinchiudiamoci in qualche torre d’avorio.

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    1. rckhsl Autore articolo

      Ma io sono affamata di persone che parlano la mia stessa lingua.
      E se nella mia stessa lingua le parole iniziano a scorrere in gorghi come nascosti in un piccolo lago carsico, non resisto a immergermi nella corrente per farmi accarezzare la pelle.
      Magari ammutolisco, però si vede che sorrido.

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  3. fiorineicapelli

    Inizierò a leggerti molto più spesso, rendi più lucide considerazioni che ho fatto ma non sono riuscita a scrivere. Se vi sbronzate vengo anch’io. Non si sa mai. Ma odio la tequila. Mi porto il necessario per una riga di americani fatti bene.

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    1. rckhsl Autore articolo

      “Una riga di americani fatti bene”
      Esseri meravigliosi popolano questo cantuccio nascosto! Voglio pensare a un caso del destino, una coincidenza improbabile, un congiungimento degli astri – che se finirà in un piccolo sabba, sarà perfetto.

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