Tutti furbi, tutti fottuti: contro il sistema dei monopoli.

Una cosa da leggere, fonte: questa. La stessa di “aboliamo il classico”.

brevetti funzionano come le tariffe commerciali, le barriere doganali e in generale gli impedimenti al libero commercio. Essi favoriscono chi, in un certo paese, ha l’esclusività della produzione e della distribuzione di certi beni ma, in generale, aumentano i prezzi, riducono l’efficienza, la concorrenza, l’innovazione che crea nuovi beni e nuovi processi produttivi. Complessivamente, pur favorendo temporaneamente il fortunato che riesce ad ottenerlo, quando si generalizza il brevetto finisce per danneggiare i consumatori, gli imprenditori ed i lavoratori stessi. Classico effetto di “equilibrio economico generale” o, se volete, dilemma del prigioniero in equilibri di Nash non cooperativi: io provo a fregare tu, provi a fregare me e, alla fine, ci freghiamo entrambi alla grande.

[…] Nel caso italiano, andiamo ben al di là dei brevetti. Il problema dell’Italia è sistemico e dura da svariati decenni. Ripensandoci, però, mi rendo conto che, in senso metaforico, abbiamo un problema di “brevetti”: sì, lasciatemi questa metafora. L’Italia è il paese dei monopoli generalizzati, dei divieti generalizzati, dei privilegi generalizzati, dell’esclusione della concorrenza, del rifiuto universalizzato di ogni forma di meritocrazia spontanea o fattuale, ossia non “misurata” a mezzo di procedure burocratiche.

In Italia è diffusa l’idea secondo cui il “concorso” (tipicamente pubblico, ma non sempre) sia una maniera ragionevole (anzi la maniera “giusta”, secondo alcuni) di implementare la meritocrazia. Per fare qualcosa devi passare un concorso: non solo per lavorare nel settore statale, per esservi promosso o per essere adibito a questa o quell’altra funzione. Ma anche per accedere alle professioni devi passare dei concorsi, per avere una licenza di praticamente ogni tipo, per aprire un’attività commerciale, eccetera. La lista è lunghissima. Il concorso (pubblico o meno) è l’unica forma di meritocrazia che in Italia venga accettata. L’uso generalizzato del concorso per l’allocazione della risorsa “lavoro” porta, inevitabilmente, alla costruzione di una rete impenetrabile di monopoli, personali o di piccoli gruppi. Che così sia è trasparente in affermazioni come questa, uscita dalle dita di una persona che, evidentemente, fa lavoro di cancelleria in tribunale e ritiene inaccettabile che alcuni degli ex dipendenti delle provincie possano essere spostati nei tribunali a fare il suo stesso lavoro: “I metalmeccanici non fanno i chirurghi, i ferrovieri non fanno gli insegnanti, gli impiegati generici non possono fare i cancellieri.”

In Italia non conta quello che sai fare di fatto ma quello che la confraternita a cui un “concorso” ti assegna decide che sai fare. Ed il concorso in questione, ovviamente, è gestito dalla confraternita medesima: le gilde medievali, né più né meno. Ovunque.

In questa malattia che e’ tutta “culturale” sta, io credo, uno dei grandi mali del paese. Perché questa visione del mondo (che per poter fare il lavoro X occorre aver vinto il relativo “concorso” ed esserne “autorizzati” dalle “autorità competenti”) impedisce di capire che la meritocrazia si misura invece solo nei fatti, sul campo di battaglia. Il merito non e’ un attributo eterno ma un risultato, che può mutare nel tempo. Esso si verifica solo ex-post e si misura in base a ciò che sai fare, a ciò che ottieni, produci, fai. Non con i titoli che fanno punti, non perché “ho fatto il classico” o perché “ho la laurea in”, ma perché “ho fatto questa cosa utile”.

La meritocrazia, in particolare, implica non solo che qualcuno “vinca” ma anche che alcuni “perdano” nei fatti e debbano ricominciare, provando a fare meglio ciò che prima han fatto meno bene di altri, oppure provando a fare qualcosa di diverso. La meritocrazia coincide con la creazione distruttiva: solo competendo sul campo, provandoci e “perdendo”, si impara a fare le cose bene e di può verificare chi sa e chi non sa, chi e’ capace e chi e’ solo un chiacchierone, o un privilegiato. Perché i concorsi non solo si possono manipolare (e li manipolano i pochi individui che compongono la “commissione”) ma, soprattutto, non sanno prevedere i risultati effettivi del fare concreto di un individuo. Il mercato, dove agiscono e giudicano con i fatti milioni di individui indipendenti, e’ un giudice manipolabile, certo, ma molto, molto più difficilmente e raramente di una commissione pubblica!

In conclusione, così come in società molto più libere di quella italiana i brevetti tendono ad atrofizzare interi settori industriali e a rendere il loro sviluppo più lento, l’Italia è un paese complessivamente atrofizzato perché ha eretto il “brevetto” (ossia, l’autorizzazione burocratica, ottenuta via questo o quel tipo di “concorso”) a pre-condizione per aver diritto di fare quasi ogni cosa. Questa generalizzazione del brevetto definisce una rete intricatissima di privilegi (certificati ogni volta da una particolare confraternita) che permettono ad alcuni di fare qualcosa in esclusiva e di impedire ad altri di provare a fare la stessa cosa.

Questi privilegi medievali vengono chiamati “diritti acquisiti” nella cultura italiana dominante e, giusto per essere sicuri di non deragliare dai binari del declino, essi sono considerati intoccabili. Meglio, ognuno considera intoccabile il proprio … esattamente come nel dilemma del prigioniero. Tutti monopolisti, tutti furbi, tutti fottuti.

(Da NFA, autore Michele Boldrin).

Taglio e cucito

Inizio qualcosa di nuovo da fare con le mie mani. Ma non certo per produrre qualcosa: produci consuma crepa non è più il mio mondo, ahimè, che produrre è un lusso troppo costoso, consumare è un obbligo troppo inconcludente, e l’unica è crepare prima o poi, che di lì non si scappa (e meglio qualche anno prima che qualche anno dopo gli 84 medi, per il bene delle mie figlie).

No, taglio e cucio come piano B per dare forma ad alcune delle mie idee, visto il fallimento del convenzionale piano A.

Oltrepassare la rabbia di questo momento storico è il mio obiettivo minimo.

Voci

La voce è tutto. Lui ha una voce da baritono sonoro, che risuona rotonda fra gola e torace, spavalda e quasi minacciosa in certe inflessioni: una voce da bucaniere, rauca e rotta al mattino mentre la sera si assottiglia e si addolcisce, sussurra e mi incolla alle sue labbra. E poi canta da dio, ma come tutto ciò che fa non vi dà peso né valore: lo fa all’occasione con una certa sciatteria, magari senza sapere come lo adoriamo. Quindi sono gelosa della cantante, lei che si pavoneggia della sua voce e sa benissimo di poter giocare con le note, io che non so certo cantare. Cioè, sì, canto quando voglio le mia canzoncine da mamma coi bambini, e pure in tono, ma la mia voce non ha corpo, è sottile, nella distanza e nel rumore si stiracchia e taglia le orecchie oppure sparisce. Non che io abbia una voce brutta: al telefono è stata la mia arma segreta e ne ho pure approfittato; soft, e anche troppo. Ma è nella folla che scompare. Non come la voce di mio padre che nel rumore spicca come la luce di un cristallo e si sente solo lui, alla stazione dei treni o al banco del bar. Io per ordinare un caffè mi devo sbracciare col barista. Mi sono perfino rivolta a foniatria per migliorare la situazione (quando ancora mi illudevo di poter trovare lavoro, e cercavo di porre rimedio agli handicap) ma mi sono ritrovata molestata nel cervello e stuprata nel naso da una telecamera. Quindi mi sono tenuta la voce soft, cercando (come sempre) di fare di necessità virtù: al telefono, come detto poc’anzi, o nelle canzoni da bebé. Quelle che stemperavano anche la voce di mio padre, misteriosamente. T invece ha una voce bella e profonda, ma stonata come una campana. Anni di educazione musicale e di ninne-nanne non hanno migliorato un bel nulla. E neppure la voce di mia madre si è mai temperata, ma mi brontola in testa ogni volta che sgarro.

Giochi, giochi e ancora giochi

dragon
Io i giochi per adulti non li capisco. Né i giochi di ruolo né i giochi da tavolo: mi gettano in una noia faticosa e disperante. Mi annoio persino quando i bambini tirano fuori il monopoli o labirinto o il gioco dell’oca, che pure mi sembrano attività quasi legittime, per loro. Figuriamoci i giochi per adulti. Potrei sopportare l’idea trovandomi bloccata in un rifugio antiatomico o in una baita alpina isolata da tre metri di neve, con la prospettiva di non poter fare nient’altro per i prossimi due mesi, e cercando soluzioni per dimenticare i morsi della fame (ma giocare, lo so, non sarebbe la mia soluzione). Mi sorpresi quando mi dissero che per una serata di gioco non serviva procurarsi né alcool né noccioline. Ma, come? Ed è vero: nel fervore del gioco, loro non bevono e non mangiano, mentre la noia solitaria divora il mio stomaco.

D&D in tutte le versioni dal 1954 a oggi. Il richiamo di Chtulu, Netrunner, Krosmaster, le leggende di Andor, Magic, l’ultimo anello, Talisman. Un’estetica  molesta, ridicola e ridicolmente elaborata, con rarissime eccezioni. E costano un sacco di soldi. Armadi pieni di scatole e manuali che rubano spazio ai maglioni, ai pantaloni, alle mutande, alle camicie, ai calzini – povero vestiario che tiene caldo o lascia freschi e carezza la pelle, e vorrebbe essere riposto, curato o sostituito. Non capisco proprio. Mi arrabbio perché vorrei capire cosa c’è, ma non mi riesce. D’altre parte, anche io non ho che questo su cui arrovellarmi. Sognare di risolvere problemi veri finisce per essere frustrante per tutti.

Il basilico si arrende.

È inutile insistere in questa stagione. Anche se i bruchi sono stati debellati, l’inverno di calendario incombe e il basilico non si lascia ingannare dalle temperature settembrine. E giustamente desiste, butta le ultime fogliole striminzite e si prepara ad abbandonarmi. Potrei organizzarci sopra una piccola serra (niente di più facile) ma lasciamo perdere, il basilico è un odore estivo.

Bruchi

bruchi Scaccio i bruchi dal basilico ma qualcuno di loro è sempre lì. È quasi metà novembre, sto bene. Forse piano piano imparo a selezionare, a tenermi le cose che contano e riporre il resto. Riporre, che eufemismo ridicolo: diciamo buttare via che è meglio. Anche se si tratta di persone, che sarebbero tanto da chiudere in un sacchetto e gettare via nel cassonetto, che un bel repulisti mi farebbe tanto bene. E invece ogni tanto le persone risbucano fuori come Jack in the box, sboink! Come i bruchi che pensavo di aver sconfitto e invece la mattina ce n’è sempre uno che mi sorride malefico da sotto i miseri resti di una ex bella foglia. Ma io in questo giorni continuo, quasi ottimista, a scacciare bruchi. Forse è solo un gioco, poi come finisce chi se ne importa.

Gli altri mondi possibili

Saranno due mesi che sto qui in città senza muovermi e senza biglietti prenotati, e non mi ci sento bene.

Ho bisogno di salire su un aereo e andare via per i miei soliti tre-quattro-cinque giorni, respirare una boccata d’aria, parlare un’altra lingua, ingerire cibi cucinati in regimi igienico-sanitari diversi, salire su mezzi pubblici alieni, camminare in strade straniere e entrare in contatto con pensieri inusuali. Tutto per tenere bene impresso nella mia testa che non è tutto per forza così, ma che mondi diversi sono possibili, anzi esistono e funzionano anche se governati e vissuti da esseri umani.

Invece sto qui e sono pure, come detto, senza biglietti a breve scadenza.

Tutto per quest’uomo grande e buono che mi crede per giunta disponibile alla monogamia a oltranza (ora sì, certo che sì, ma a oltranza?) e non dubita che questa città mi possa bastare.

Ma è inutile combattere quando certe persone ti toccano in punti sensibili che non sapevi neppure di avere. Sto qui, vivo e lascio perdere.

Intanto però a dover stare qui, vivere e lasciar perdere ho dichiarato e vinto una piccola guerra. Come i due minuti e quindici secondi di Carosello: le gabbie rigide costringono a ingegnarsi.

Aboliamo il Classico!

Mi entusiasma l’articolo di Michele Boldrin su NFA.

[…] Piaccia o meno, ed alla faccia delle denegazioni pubblicamente ripetute, i “bravi” tendono ad andare al classico. […] Ed al classico vanno in grande maggioranza i figli e le figlie dell’élite che, in Italia, è particolarmente auto-perpetuante, e questo conta. Insomma, il classico è, in media, la scuola dell’élite dove, sia chiaro, per élite non intendo lo 0,1% dei super-ricchi ma quel 10% che, in ogni generazione, copre poi i ruoli più o meno dirigenziali nei vari settori. Sia chiaro, le scuole per le élites ci sono in tutto il mondo e selezionano, sul piano sociale, in modo simile a quello italiano anche se le procedure formali son diverse. Non è quello il punto. Il punto è che, poi, quelle scuole le élites le formano, gli danno una cultura, delle capacità professionali e cognitive, una visione del mondo, del loro ruolo, di ciò che serve o no, di ciò che conta nella vita o meno. E le élites i paesi li guidano e governano in base anche alla cultura ed alla visione del mondo che hanno. Ed il fatto che quella è la scuola che forma le élites influenza anche chi non ci va.

[…] Piaccia o meno, e nonostante le mille riforme, persino oggi al classico si insegna non tanto greco e latino ma, soprattutto, un modello del mondo che è quello pre-scientifico, pre-moderno. Mi dispiace, per cercare di articolare questo dovrei forse scrivere un noioso libro e non ne ho il tempo, quindi sarò brutale. Si insegna un modello del mondo in cui, anzitutto, conta lo status ricevuto e conta la retorica nell’arena pubblica, conta il saper argomentare la propria posizione e non contano i fatti bruti. Un modello del mondo in cui l’efficienza ed il cambiamento devono sempre cedere il posto alla tradizione ed in cui la logica (che, mi dispiace, è matematica) è secondaria all’opinione e, appunto, all’argomentare. Un mondo nel quale – giustificatamente al tempo, ossia tra i 700 ed i 2000 anni orsono si riteneva di aver inteso “tutto” quello che v’era da intendere e di poter sedere tranquillamente in cima all’universo in possesso di una “saggezza” tanto antica quanto, molto spesso, cinica e disincantata. Un mondo nel quale il cambiamento continuo che l’innovazione determina entra solo di sfuggita nel corso di studi perché, alla fine, se si studiano e leggono continuamente cose di un mondo che per secoli è stato uguale a se stesso, al centro del quale c’era l’Europa nell’ombelico della quale (si fa per dire) ci stava l’Italia, si finisce (in media, sia chiaro) per pensare che non solo era cosi, è GIUSTO che sia così in secula seculorum. Amen.

[…] E se voi […] fate la somma delle ore dedicate a “italiano-latino-greco” (lascio fuori storia, filosofia e storia dell’arte per carità di patria) scoprite che sono la parte dominante, sono ciò che conta non solo al classico ma nei licei. E, temo sia ancora così, persino negli istituti tecnici. E nel resto delle materie, oltre alla religione, c’è anche l’educazione fisica che ora chiamano con un nome nuovo, non C++ o la contabilità nazionale! Morale: l’allievo/a medio/a acquisisce una visione del mondo ed una cultura che sono esattamente quelle del figlio delle élites borghesi italiane di 90-50 anni fa! E questo, se non sei il solito tipo nella coda destra che poi si arrangia da solo, ti segna, per sempre.

[…] Detto altrimenti: le scuole di élite ci vogliono, eccome. Non serve la scuola uguale per tutti e non è nemmeno possibile. Ma la scuola d’élite forma le élites e le élites – dovendo guidare il paese nel mondo di ora e non dell’altrieri – è bene conoscano il mondo odierno (e le lingue che vi si parlano, ah le lingue straniere …), le regole che lo governano, le scienze e le tecniche che lo reggono. E, soprattutto, ne acquisiscano la logica, il modello, la visione. Che non è quella dello status ereditato, che non è quella del lei non sa chi sono io, che non è quella dell’elegante locuzione, che non è quella del tanto tutte le opinioni sono uguali e vale quella che meglio si argomenta, che non sono quelle del grande passato dietro alle spalle ma del grande futuro che ti costruisci, che sono quelle della responsabilità individuale e del chi sbaglia paga, che sono quelle dell’innovazione, della competizione, della mobilità sociale e culturale in un mondo globale ed eterogeneo.

Uomini invecchiati

Io gli uomini coi capelli grigi li trovo e li ho sempre trovati supersexy. Una quindicina di anni fa ho capito che era anche facile portarmeli a letto, da brava venticinquenne, e quando ho potuto non mi sono fatta mancare niente.

Ora è buffo rivederli: loro sono invecchiati più velocemente di me, hanno sessantacinque, settant’anni, e mi fanno provare affetto e tenerezza. Man mano che assumono un aspetto più fragile e vulnerabile mi verrebbe da carezzarli sulla guancia e dire loro “è così, non c’è niente di male, non preoccuparti, ti voglio bene”.

Chi non riesco a perdonare invece è chi si copre di tinta i capelli grigi.

Sandybell versus Caillou

marco

Dolce Remy versus Sofia la Principessa. Marco Rossi versus le Winx. Anna dai Capelli Rossi versus La Pimpa. Heidi versus Barbie. L’Ape Maia versus Peppa Pig. A noi bambini venivano propinate quotidianamente storie di mamme morte oppure scomparse nel nulla, padri assenti o morti anche loro, bambini spediti per il mondo da soli, infreddoliti, minacciati, derubati, maltrattati, fratelli invalidi, amici mortalmente ammalati, coetanei menomati, lavoro minorile ovunque, nemici efferati, natura impietosa, destino cinico e baro.

E invece per i bambini di oggi solo ed esclusivamente roba che stilla fortuna e bontà: i genitori sempre presenti (entrambi, e sempre perlopiù felicemente innamorati), sorridenti, pieni di tempo libero per annaffiare il giardino e giocare a fare i biscotti. La mamma di Sofia si sposa un re e Sofia diventa improvvisamente principessa (per giunta con i poteri magici) e attorno a lei è tutto meraviglioso, che bello essere qua bla bla bla. La Pimpa ha l’unico problema di tenere a bada le sue allucinazioni color pennarello, e l’unico vero terrore di Barbie consiste nel non azzeccare il look adatto per il prossimo party. Per non parlare delle Winx e delle risate a pancia all’aria di Peppa Pig: ma perché ridono? Ma se abbiamo bandito tutto il male dal nostro mondo, almeno ci possiamo sforzare di trovare un motivo serio per ridere?

Schuko Verteilerdose

schukoNon esiste in Italia ed è enormemente difficile farsene spedire una dalla Germania.

Mi chiedo perché.

Che sia protezionismo sponsorizzato dalla lobby delle apparecchiature elettrotecniche? O che si tratti per caso di un componente fondamentale per realizzare ordigni di uso bellico? O che le autorità italiane siano preoccupate per la mia incolumità? O che la Germania tema segretamente una penuria di plastica bianca? O che l’ente italiano per la razionalità energetica paventi un raddoppiamento dei consumi delle apparecchiature domestiche? (Si sa, gli aggeggi con prese schuko consumano notoriamente un mucchio di corrente, maledetti tedeschi).

Il perché mi sfugge, ma l’euroscetticismo di Paul ogni tanto contagia anche me.

Chiacchiere da bar

Poi non è che la mia vita sia insoddisfacente. Anzi: sono in una fase positiva, personalmente. È che mi guardo intorno con sconforto.

La notizia di oggi è che l’Italia non è un paese per vecchi. La notizia di ieri e dell’altroieri è che non è neppure un paese per donne, né per bambini, né per giovani. Né per chissà quanta altra gente.

L’Italia è un paese di rendite. C’è un’aristocrazia ancora numerosa di gente che ha una rendita e diritti garantiti: sono quelli che si riempiono la bocca del buon proposito di estendere i loro diritti e le loro garanzie a chiunque, consci o meno che questo non è possibile. Il fatto è che loro una redistribuzione del benessere e dei diritti non la vogliono, perché ne perderebbero, e quindi imputano ad altri colpevoli le miserie altrui: le banche, il capitalismo, la globalizzazione, i poteri forti. Oppure ti danno la colpa delle tue miserie: “Vedi? Tu sei una persona brutta, attaccata ai soldi, senza cultura e senza ideali. Per questo io merito di essere qui e tu di essere lì”.

Poi c’è uno stuolo di pretendenti che ancora ambiscono a accedere al privilegio. Loro si scannano, ragionevolmente, e ancora credono alle favole. Però per ora, purtroppo, sono numerosi e sono l’ago della bilancia.

E infine c’è la terza classe. È la gente antipatica, imbruttita, senza ideali e attaccata ai soldi. Ha la crudezza di chi non ha garanzie, la rendita non ce l’ha, i diritti se li sogna, e in media viene spremuta a ogni occasione (perché i privilegi non sono gratis: qualcuno deve pur pagarli). È anche una terza classe che si sta allargando, la cui distanza dagli altri si accresce sempre più.

Perché mi fa orrore la religione

Oggi l’hanno portata a messa. Con il mio consenso: confido che si renda conto coi suoi occhi, anche magari passando per quella fase di misticismo che tutti i bambini attraversano. Confido nella sua intelligenza.

La comunione si fa fare ai bambini di dieci anni: nel massimo del loro conformismo fisiologico. La chiesa non parla certo agli adolescenti – quelli veri.

La chiesa mi fa orrore. Insegna l’obbedienza cieca, la rinuncia alla ragione e la rassegnazione. Insegna la superiorità di certuni su certi altri. Fa leva su conformismo e paure travestendosi da garante di verità, bontà e giustizia. Investe di autorità chi autorità non può avere: lascia che persone insegnino ciò che non sanno fare – come essere una famiglia, come essere genitori, come essere donne.

Manderei mia figlia a imparare danza da qualcuno che non ha mai ballato? La manderei a imparare la musica da qualcuno che non ha mai messo in fila quattro note o percepito la bellezza del ritmo? Perché dovrei mandarla a imparare dai valori da chi non li ha mai praticati? O delle regole d vita da chi ha abdicato a parti intere della sua vita?

La religione disconosce e disprezza ciò che ci rende più teneramente e orgogliosamente umani, mi fa orrore.

Domani è il primo giorno di scuola

Oggi abbiamo aspettato, e per non aspettare troppo abbiamo fatto correre il tempo dell’ultimo giorno di vacanza nel sole splendido che c’era a Firenze. Tommaso ci ha parlato della prosa di mio nonno (che piccolo racconto sorprendente), e guardava tutti i bimbi e sorrideva. E poi siamo tornate a casa e ci siamo preparate: bagno, cena, cartella, vestiti, scarpe, grembiulino.

Ieri invece ho sognato mio nonno, ma l’altro, e vivo, e che era così tanto tempo che non lo vedevamo perché era troppo vecchio, e ce lo eravamo dimenticato.

Qui e ora

C’è un letto nuovo senza più buco nel mezzo: materasso nuovo, cuscini nuovi, lenzuola fresche.
C’è quella vecchia idea che si ripresenta con una nuova leggerezza e un po’ di insistenza ancora indisturbata. C’è la camera che inizia a ricomporsi, il pavimento di graniglia rosa che ricompare da sotto gli ammassi di oggetti, le sedie slabbrate che scendono in garage in attesa del camioncino che le porterà via. Ci sono un sacco di cose nuove e progetti che vengono su e solleticano i pensieri come bollicine nell’acqua frizzante.

E stasera è la prima serata voluta, sudata, pagata – e io che non ci credevo.

Non dico nulla per scaramanzia, ma scaramanzia di che? Qual’è il proposito che potrebbe fallire? Non ci sono propositi: c’è solo il pizzicore delle bollicine mentre vengono su, e il letto morbido e pulito sotto la pelle.

Il bambino cinese

“Quello va come una mina”.

Premesso:
1) che di solito sono parecchio refrattaria agli stereotipi,
2) che considero la ricerca della felicità uno dei diritti individuali inalienabili (per quanto venga troppo spesso alienato, si sa)

ecco, fatte queste due premesse mi chiedo se non stiamo sbagliando qualcosa, cioè se l’attitudine alla contemplazione del nostro ombelico non stia portando tutti noi in una direzione completamente sbagliata.

Ma anche qui, alla fine, solo ombelichi in vista.

Sull’istruzione

It seems to me that educated people should know something about the 13-billion-year prehistory of our species and the basic laws governing the physical and living world, including our bodies and brains. They should grasp the timeline of human history from the dawn of agriculture to the present. They should be exposed to the diversity of human cultures, and the major systems of belief and value with which they have made sense of their lives. They should know about the formative events in human history, including the blunders we can hope not to repeat. They should understand the principles behind democratic governance and the rule of law. They should know how to appreciate works of fiction and art as sources of aesthetic pleasure and as impetuses to reflect on the human condition. 

On top of this knowledge, a liberal education should make certain habits of rationality second nature. Educated people should be able to express complex ideas in clear writing and speech. They should appreciate that objective knowledge is a precious commodity, and know how to distinguish vetted fact from superstition, rumor, and unexamined conventional wisdom. They should know how to reason logically and statistically, avoiding the fallacies and biases to which the untutored human mind is vulnerable. They should think causally rather than magically, and know what it takes to distinguish causation from correlation and coincidence. They should be acutely aware of human fallibility, most notably their own, and appreciate that people who disagree with them are not stupid or evil. Accordingly, they should appreciate the value of trying to change minds by persuasion rather than intimidation or demagoguery.

I believe (and believe I can persuade you) that the more deeply a society cultivates this knowledge and mindset, the more it will flourish. The conviction that they are teachable gets me out of bed in the morning.

(Steven Pinker citato da Greg Mankiw)